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Religione o meno, la nostra vita è solo un fiume di credenze. Sappiate essere pru­denti di fronte alla vostra visione del mondo, ben lontana dall'essere così affi­dabile come sembra!

Il nostro cervello è solo una macchina del pensiero? Cos'è un rituale? Una perce­zione? La visione? Una visione corretta?

Suggerimento
Non dimenticate di meditare. Se leggete gli arti­coli di questo sito senza pra­ticare, è come se pian­taste dei semi senza annaf­fiarli.

Le credenze

La religione

La convinzione è il primo ostacolo alla saggezza. La convinzione è prendere una credenza per una certezza.

Un caso di scimmie

Suppongo che conosciate l'esperimento delle scimmie sotto la doccia. In caso contrario, leggete il riquadro sotto­stante.

L'esperimento delle scimmie sotto la doccia

Ci sono cinque scimmie in una gabbia. Sopra di loro è appesa una banana. Ogni volta che una scimmia afferra la banana, viene sosti­tuita da un'altra, ma prima tutte le scimmie ricevono una doccia ghiacciata.

Le scimmie presto capiscono che è la banana a far scattare la doccia. Da quel momento in poi nessuna di loro osa più toccare la banana. Una delle scimmie viene sosti­tuita. Quando la nuova scimmia si avvicina alla banana, le altre la dissua­dono forte­mente, pronte a ricorrere alla violenza in caso di disob­be­dienza.

Una seconda scimmia viene sosti­tuita. Le reazioni che seguono sono le stesse. Viene sosti­tuita una terza, poi una quarta.

Una volta che tutte le scimmie sono state sosti­tuite e quindi nessuna di loro ha speri­men­tato la doccia ghiacciata, quest'ul­tima potrà essere tran­quilla­mente disat­tivata, perché nessuna scimmia oserà avvicinarsi alla banana, né lasciare che un'altra si avvicini ad essa.

Quale altro esempio potrebbe illustrare meglio le cieche credenze perpetuate dalle religioni? Quanti religiosi si asten­gono dalle “banane” senza nemmeno conos­cerne il motivo? Quante “scimmie” osservano le norme religiose senza che nessuna di loro ne comprenda con chiarezza il signi­ficato?

Non si tratta di condannare le religioni gettando i loro scritti nel fuoco, ma di aprire la nostra mente, di capire esatta­mente ciò che stiamo facendo, di trovare il modo per procedere che ci permetta di svilup­parci spiri­tual­mente nelle giuste condizioni.

Il dogma uccide lo spirituale

Immaginate un mondo in cui a tutti è richiesto di fare uso delle stesse cose, che lo vogliano o meno: stesso cibo per tutti, stesso sport, stesso hobby e, natural­mente, stesso abbi­glia­mento, stesso taglio di capelli, stesso profumo.

Se ci riflettete con estrema franchezza, vi accorge­rete che la religione funziona allo stesso modo. Propone le stesse cose a tutti. Tuttavia, ogni indi­vi­duo ha una propria psico­logia, un proprio ritmo e un proprio modo per svilup­pare la spiritualità.

Con un intento benefico, le religioni si sono organiz­zate in modo da trasmet­tere al maggior numero possi­bile di persone una pratica standard, unica. Essa avrebbe dovuto permet­tere a tutti di accedere ad un certo grado di virtù, o ad un certo grado di apertura interiore, o almeno verso i cosid­detti aspetti sacri.

Come monito ad una solida etica, una dottrina rigida ha il vantaggio di offrire un filo conduttore ragio­nevole al mate­ria­lista, ma non può accon­tentare l'aspirante allo spiri­tuale, colui che cerca la libertà autentica.

Nel corso dei secoli, oltre a dividersi, le religioni si sono modi­ficate. Ossia, alcune pratiche sono scomparse, altre si sono affermate.

Ad ogni modo, per adattarsi allo stampo “taglia unica” delle religioni, la credenza è diventata necessaria, a scapito della compren­sione. Di conse­guenza, se la religione può rivelarsi un rassi­cu­rante faro per molti, è inadatta per coloro che deside­rano appro­fondire questioni fonda­men­tali a propo­sito della propria mente.

Tuttavia, sembra probabile che negli inse­gna­menti religiosi origi­nali fu trasmessa l'auten­tica spiri­tua­lità. Ma con il tempo e a forza di conformarsi alle volontà politiche e alle consue­tu­dini sociali, le religioni finirono per bandire ciò per cui furono fondate.

Un peccatore un giorno si lamenta con Dio:

  • Non posso entrare nelle chiese, mi cacciano dappertutto dicendomi che sono impuro e che quello non è il mio posto!
  • Oh, sai, dovrai abituarti. Persino io, che sono Dio, non ho il permesso di entrare nelle chiese da molto tempo!

Una questione personale

Che senso ha, se non si è un appassionato della materia e delle scritture, attaccarsi al sistema religioso e a tutto il suo fardello di credenze imposte? La medita­zione, invece, così semplice, così acces­sibile, così persona­lizza­bile e così concreta, offre talmente tante cose meravi­gliose. Perché privar­sene? Quando la si prova, non ci vuole molto per scoprire le meravi­glie che offre… (l'aggettivo “profondo(a)” può essere aggiunto dopo ogni parola)

  • benessere
  • lucidità
  • comprensione
  • distacco
  • benevolenza
  • quiete
  • soddisfazione

Grazie alla meditazione non abbiamo più niente in cui credere, ma tutto da vedere, da soli e in modo diretto. La verità non viene più affer­mata o descritta, diventa naturale per chi si dedica al lasciar andare senza preoc­cu­parsi di nulla.

Proverbio zen
Non cercate la verità. Abbandonate solamente le vostre opinioni.

La responsabilità

Chi lavora per liberarsi dai propri condizio­na­menti, per rinunciare a ciò che è dannoso, per accettarsi piena­mente così come si è, non ha sicura­mente bisogno di una religione.

Una delle insidie della religione consiste nel disfarsi delle proprie respon­sa­bilità, affidan­dosi ad un'autorità divina. Inoltre, si tende ad allentare la propria vigi­lanza, perché ci si convince che un dio o degli angeli svolge­ranno tutto il nostro lavoro in cambio di qualche misera preghiera. Tuttavia, affron­tare da soli i propri problemi è ovvia­mente l'unico modo per risolverli in profon­dità e, di fatto, per sviluppare la spiri­tua­lità.

È interessante notare che l'atteggiamento del credente nei confronti della sua religione è molto simile a quello del cittadino di fronte allo Stato. Quest'ultimo trasferisce le proprie respon­sabi­lità alla società. Piuttosto che organiz­zarsi auto­no­ma­mente, si affida ad un sistema.

L'aiuto di Dio

Un'inondazione minaccia un villaggio. I pompieri evacuano tutti gli abitanti, ma il parroco vuole rimanere nella sua chiesa.

«Ho fiducia in Dio, egli mi risparmierà!»

Un'ora dopo, l'acqua è salita e il parroco si rifugia al piano di sopra. I pompieri passano in barca e lo esortano ad andare con loro. Ma il parroco si rifiuta ancora:

«Non abbiate paura per me, sono sotto la protezione di Dio!»

L'acqua sale ancora e il parroco si ritrova sul tetto. Questa volta, un elicottero cerca di soccorrerlo, ma il parroco rifiuta di afferrare la scaletta di corda.

«So che Dio è con me, l'acqua smetterà di salire.»

Qualche ora dopo, l'acqua porta via tutto e il parroco muore annegato… Arrivato in cielo, si lamenta con Dio:

«– Avevo fede in Te e Tu mi hai dimen­ti­cato!
– Ti ho mandato tre volte i soccorsi e per tre volte li hai rifiutati!»

La religione è un placebo

Un'altra insidia della religione consiste nel convincersi delle cose più astratte. Quando non è possibile veri­fi­care da sé, l'unica alter­na­tiva, quando si intende aderire, è credere. Il fatto stesso di credere blocca la possi­bi­lità di comprendere. E ciò è perico­loso, poiché spa­lanca la porta all'ignoranza e alle inter­pre­ta­zioni distorte.

Inoltre, trasmessa da religiosi che credono (piuttosto che comprendere), la religione - qualunque essa sia - subisce regolar­mente, oltre a scissioni, trasfor­ma­zioni che, di conse­guenza, finiscono per non seguire più una logica di saggezza. Così, i punti essenziali tendono a scomparire, mentre gli aspetti più super­fi­ciali, come i rituali, si proteggono gelosamente.

La religione trasformata

Non occorrono lunghi studi per capire che le religioni sono delle versioni molto scialbe dei loro inse­gna­menti originali. Potremmo parlare di religione nello stesso modo in cui parliamo di alimenti tras­formati:

Hanno lo stesso aspetto di quelli naturali, ma hanno molto poco a che fare con essi. E sono privi di sostanze nutritive. Eppure, vengono consumati da tutti. Per una qualità auten­tica, bisogna recarsi in luoghi isolati, poco conos­ciuti, lontano dai grandi distri­butori. Accecati da ciò che luccica, pochi sono a conos­cenza dei pericoli nascosti in ciò che consumano.

Proverbio
Non è tutto oro quel che luccica.

A proposito di interpretazioni azzardate, ci si può sempre divertire con questa formi­dabile coincidenza: Alcuni buddisti vedono apparire Buddha un po' ovunque, alcuni cattolici vedono la Madonna, alcuni scivaiti vedono Shiva… Mai un musul­mano vedrà Gesù, mai un cristiano vedrà Vishnu. Sembra così diffi­cile, o comunque così poco interessante, vedere se stessi, così come siamo.

Eppure ci vuole solo un po' di coraggio e pazienza e prendere atto che i benefici valgono molto di più delle più grandi consa­cra­zioni religiose. Perché, in definitiva, non è conoscersi e realiz­zarsi inte­rior­mente l'obiet­tivo originale di tutte le reli­gioni? Se no, qual è?

Gandhi ha detto:
Se un uomo giunge al cuore della propria religione, è giunto al cuore anche delle altre.

I rituali

Che cos'è un rituale?

Qual è la differenza tra una superstizione e un rituale? Quest'ultimo è obbli­ga­torio. Per il resto, entrambi sono identici.

È necessario condurre studi scientifici per dimos­trare che le persone che si dedicano rego­lar­mente a rituali non sono né più felici, né più fortu­nate, né più sagge, né più virtu­ose di quelle che non lo fanno mai?

rituale
Azione solenne, gestuale o orale, gene­ral­mente compiuta con l'ausilio di accessori, che dovrebbe arrecare bene­fici spirituali, come la pro­te­zione divina.

I rituali sono molto vari, vanno dal piccolo gesto quoti­diano alla vasta e complessa ceri­monia. Esempi:

Prostrarsi davanti a una statua, recitare testi detti sacri, maneggiare oggetti detti sacri, bagnarsi in acque dette sacre…

L'origine dei rituali

Colui che si fida solo di ciò che sperimenta è immerso nell'illusione, perché come abbiamo già visto nell'articolo sull'ego, la nostra mente ci mente. Quando ci sotto­po­niamo ad un rituale, non facciamo altro che aggiun­gere un'altra illusione alle nostre illusioni.

Il vantaggio di lavorare direttamente sulla propria mente, approc­cio opposto al rituale, è quello di poter mettere in discus­sione tutto ciò che c'è da mettere. In questo modo possiamo progre­dire velo­ce­mente. Ma chi oserebbe mettere in discus­sione un rituale? Quale scimmia oserebbe dire che forse vale la pena toccare la banana o, perlomeno, cercare di capire perché è diven­tato sacrilegio avvi­ci­nar­visi?

Se potessimo conoscere l'origine reale dei rituali, rimarremmo lette­ral­mente scon­cer­tati per la maggior parte di esse. Spesso si trattò di piccoli gesti del quoti­diano, che col tempo vennero più o meno simbo­lizzati o sacra­lizzati. Altre volte si trattò di esercizi pratici che vennero succes­si­va­mente ritua­liz­zati. In altri casi, furono gli spiriti ad imporre venera­zioni, attraverso l'interme­dia­zione di medium. A volte l'origine potrebbe persino essere stata molto più diver­tente, come il tic nervoso di un maestro o un suo gesto per allon­ta­nare gli insetti, chi lo sa?

Il rituale dell'acqua

È un rituale praticato al giorno d'oggi e la cui origine è nota. Molto popolare tra i buddisti, in particolare in Birmania, è un must per le offerte fatte alla comunità monastica. Dopo una lunga serie di recita­zioni, i monaci recitano a loro volta una lunga formula che conos­cono a memoria, a forza di ripeterla ogni settimana. Per tutta la durata, i partecipanti versano lentamente in un reci­piente d'argento un sottile filo d’acqua contenuta in una brocca d'argento decorata, in modo che l'acqua scorra durante tutta la recita­zione della formula.

Nella mente dei credenti, questo rituale è necessario (come qualsiasi altro!) per benefi­ciare piena­mente dei meriti generati dall'offerta. Qual è l'origine di questo strano rituale?

Al giorno d'oggi, quando qualcuno dona qualcosa di consis­tente, come un edificio in un monastero, capita spesso che non lo doni comple­ta­mente. Vale a dire che, nel peggiore dei casi, il benefat­tore si concede il diritto di usarlo egli stesso, o decide in merito alla funzione di detto edificio, a chi può risiedervi, ecc. Come minimo, fa incidere il proprio nome, si vanta della sua buona azione con tutti.

Poiché la mente umana è quello che è, ciò natural­mente accadeva anche al tempo del Buddha. Un benefat­tore offrì un monas­tero al Beato. Volendo mostrare l'auten­ti­cità della sua generosità, davanti a Buddha e pubbli­ca­mente, gettò a terra una brocca d'acqua che andò in frantumi, poi disse:

  • Così come non posso recuperare quest'acqua assorbita dalla terra, con la donazione di questo monastero, che faccio in modo distaccato e disin­te­res­sato, non cercherò di ottenere qualcosa per me stesso.

Al giorno d'oggi, si attacca la propria foto incorniciata e impre­zio­sita del proprio nome ancor prima che il cemento del primo muro sia asciutto, ancor prima di farlo conoscere al mondo con l'aiuto di Facebook.

La cosa più sorprendente è che la maggior parte delle persone conosce benissimo l'origine di questo rituale, ma conti­nuare a farlo è più forte di loro. Non farlo sarebbe consi­derato un sacri­legio. Questa è senza dubbio l'insidia princi­pale, non solo dei rituali o delle reli­gioni, ma anche di tutte le credenze; questo principio di “si è sempre fatto così” o “tutti lo fanno”, si potrebbe definire il complesso della banana.

L'ambiente prima di tutto

Qualunque sia il settore (religione, cultura o altro), potete notarlo ovunque intorno a voi: ciò che i nostri contemporanei fanno ha più peso rispetto a tutto resto, compreso il buon senso. Nella mente di ogni persona, più un rituale è lungo e complesso, più è efficace. È così che funziona il cervello: più una cosa è diffi­cile da ottenere, più acquista valore. È proprio per questo motivo che il completo rilassa­mento è così difficile da ottenere durante la medita­zione, tanto è forte l'abitudine a far sempre fatica.

Quando non si ha fiducia in se stessi, si ha bisogno di un aiuto dall'esterno. Per questo motivo, si ricorre a regole, che passano attraverso rituali o attra­verso abitudini culturali, che si alimen­tano a vicenda.

Ho incontrato molte persone che praticano la meditazione, ma che la inter­rom­pono regolar­mente per dedicarsi alle recitazioni e ai rituali. La meditazione li rende felici e li protegge da molte difficoltà, grazie alla vigilanza, alla pace e alla sana energia che procura. Ma molti pensano che la felicità e la protezione siano il frutto dei rituali. E se uno di loro fosse costretto a inter­rom­pere i propri rituali, sarebbe così sopraf­fatto da non riuscire più a meditare sere­na­mente, il che non farebbe che rafforzare la sua credenza errata.

Per le persone spiri­tual­mente ancora poco avanzate, un fattore contri­buisce più di ogni altro all'adozione di rituali e recita­zioni. È la sensazione di toccare qualcosa di tangibile. L'impres­sione di fare, che si contrap­pone al non fare proprio della pura pratica spi­ri­tuale.

Le recitazioni

Buddha incoraggiò i suoi discepoli a ricordare le sue raccomandazioni, coglien­done piena­mente il signi­ficato e appli­can­dole nel miglior modo possibile, ma certamente non recitandole mecca­ni­ca­mente come formule magiche.

Per quanto riguarda la pratica dei rituali, i buddisti non hanno scuse. Non possono ignorare che Buddha ha chiara­mente affermato che i rituali non hanno alcun effetto, e che fin dal primo stadio di risve­glio, la credenza nella loro presunta efficacia viene meno. Ma il nostro cervello è più sociale che logico. Per esso, ciò che fa il nostro ambiente ha più peso rispetto a tutto resto.

La visione corretta

Visione e credenza

La visione corretta non è la credenza corretta, ma la compren­sione corretta. È una conoscenza che deriva dall'esperienza diretta.

Finché non si vedono le cose con i propri occhi, si rimane nella credenza, il che implica incer­tezza. Che sia giusta o sbagliata, una credenza rimane sempre e solo una credenza. Con la credenza corretta, esiste ancora la possi­bi­lità che un'influenza ci spinga verso la credenza non corretta o la confu­sione. Con la visione corretta, avere dubbi non è più possibile.

Se non siete mai stati(e) sul Monte Bianco, potreste credere che la vetta sia ricoperta di neve oppure no. Se ci andate, potrete vedere e toccare la neve o la roccia. Qualsiasi cosa vi venga detta, non avrete più dubbi.

Sapete qual è la credenza errata più tenace e più difficile da sradicare? Si tratta della credenza in un “sé”, in quello che chiamiamo anche ego. Anche le pochis­sime persone che hanno raggiunto quello che i buddisti chiamano il “primo stadio del risveglio”, sono ancora intrap­po­late nella credenza errata del “sé”. La loro visione corretta è quindi incompleta, ed è per questo che sono solo al primo dei quattro stadi del risveglio.

Naturalmente, chiunque può aderire alla credenza corretta che l'ego è solo un'illu­sione, ma il problema è che rimane solo una credenza!

Tuttavia, quando un cieco non vede dove mette i piedi, è comunque meglio che cammini su una buona strada piuttosto che su una strada peri­colosa.

Un lavoro da fare da soli

La visione corretta deve essere ricercata per conto proprio, conti­nuando a prati­care la vigi­lanza e l'accet­ta­zione. È un lungo processo.

Kassinu il detrattore

Perché non ci dici direttamente di cosa si tratta? Sarebbe più semplice, no?

Se fosse sufficiente leggere un testo per avere la visione corretta, tutti sarebbero Risve­gliati da molto tempo!

Un problema di pesi

Questa mattina, il mio insegnante di body-building mi ha dato da fare un esercizio diffi­cile. Avrei dovuto sollevare venti volte dei manubri pesanti. Ma sono stato fortunato, un ragazzo molto gentile mi ha aiutato. Ha sollevato i manubri al mio posto.

Inoltre, avendo io stesso ancora visioni errate, non posso permettermi di essere troppo perentorio. Sarei come un cieco che rischia di condurre gli altri al preci­pizio. Ciò che posso offrire, al meglio delle mie capacità, attra­verso i miei scritti, è uno spunto di rifles­sione, per aiutare il lettore nel suo cammino. Ed eventual­mente, dei suggeri­menti per orientare il suo lavoro inte­riore (al meglio delle mie capacità). Tuttavia, nessuno può offrire formule magiche che liberano la mente altrui, né saggezza pronta “da portare via”.

Stadi di progressione

Non esiste una scala universale di progressione nella spiritualità. Eccone una inventata di mia spontanea inizia­tiva (vedi tabella qui sotto), sotto forma di riassunto dettagliato. In ciascuno di questi sette stadi, è possi­bile operare simul­ta­nea­mente con uno o più dei prece­denti. Al di fuori del primo, sono tutti indis­pen­sa­bili per lo sviluppo della visione corretta.

Stadio Caratteristiche
1. Preghiere, recitazioni, rituali Inclinazione per la dimensione spirituale. Interru­zione delle abitudini e degli istinti più dannosi.
2. Buone azioni Riduzione dell'egocentrismo e degli attacca­menti grosso­lani, volontà positiva.
3. Virtù Cessazione graduale di tutte le azioni dannose. Purifi­cazione.
4. Pulizia interiore Lavoro psicologico. Conoscenza del funzio­na­mento mentale. Purifi­ca­zione sottile.
5. Rinuncia alla vita mondana Perdita di interesse per il materiale e per il mondo sociale. Inves­ti­mento nella vita contem­plativa.
6. Meditazione Sviluppo approfondito della conoscenza, distacco da tutto.
7. Saggezza Conseguimento della visione corretta.

Osservazioni

Sebbene il primo stadio si limiti alle credenze errate, può essere di grande utilità (vedere le sue caratte­ris­tiche nella tabella).

La maggior parte di coloro che praticano la meditazione hanno scarsa­mente svilup­pato i due stadi precedenti (rinuncia e pulizia interiore). Prima o poi dovranno porvi rimedio.

Non è necessario seguire quest'ordine, che corris­ponde soltanto ad una sequenza logica nel distacco e nel perfe­zio­na­mento della visione corretta.

Inoltre, la piena realizzazione di ogni stadio (a parte il primo) consente una pratica molto più profonda dello stadio successivo.

Ogni stadio è vasto. Può dividersi in molti gradi.

Secondo le tradizioni religiose, il modo di applicare la virtù può essere più o meno ritua­lizzato.

Quanto più si avanza negli stadi, tanto più ci si avvicina alla realtà e, di conse­guenza, tanto più si riduce il divario tra gli insegnamenti delle diverse tradi­zioni (entro il limite dello stadio massimo al quale esse sono in grado di condurre).

L'ultimo stadio (saggezza) non è una pratica in sé. È il risultato del comple­ta­mento dei prece­denti cinque.

Buddha ha detto:
(Bahiya sutta)

Bahiya, dovrai esercitarti in questo modo:
In ciò che è visto, ci sia solo ciò che è visto. In ciò che è udito, ci sia solo ciò che è udito. In ciò che è percepito, ci sia solo ciò che è percepito. In ciò che è conosciuto, ci sia solo ciò che è conosciuto.

Ecco come dovrai esercitarti, Bahiya. Quando per te in ciò che è visto, ci sarà solo ciò che è visto, in ciò che è udito, ci sarà solo ciò che è udito, in ciò che è percepito, ci sarà solo ciò che è percepito, in ciò che è conos­ciuto, ci sarà solo ciò che è conos­ciuto, allora non ci sarà più l'aggrap­parsi agli oggetti. Quando non ci sarà più l'aggrap­parsi agli oggetti, non ci sarà più nessun “te” in essi. Quando non ci sarà più nessun “te” in essi, non ci sarà più nessun “te” né qui, né altrove, né nel mezzo. Questa è la fine del malessere.

La macchina del credere

Un universo di credenze

La religione è solo una delle tante credenze. Siamo abituati a “respirare” a pieno cervello una molti­tu­dine di piccole credenze di cui non siamo nemmeno consa­pe­voli. Queste credenze riguar­dano tutto ciò che costi­tuisce la nostra vita e la nostra conos­cenza, e si basano su informazioni spesso molto lontane dalla realtà:

  • Le cose che ci impediscono di essere felici.
  • Cosa pensa di noi questa o quella persona.
  • Le nostre capacità nel realizzare un progetto.
  • I nostri limiti in molti campi.
  • Che cosa ci occorre davvero.
  • Le nostre reazioni emotive.
  • La nostra comprensione spirituale.
  • Ecc.

Il nostro cervello è una vera macchina del credere. Riassumendo: crediamo a molte cose, ma ne conos­ciamo vera­mente poche. E dove ci sono credenze, di solito c'è una molti­tu­dine di opinioni. Per questo motivo, siamo costan­te­mente in disaccordo con moltis­sime persone.

Kassinu il detrattore

Il vostro cervello umano è così grande che può ospitare tonnel­late di visioni errate. Ecco perché fate così tante cose stupide che non verreb­bero mai in mente ad un animale.

Sto sognando o ti stai vantando di avere un cervello piccolo? Dai, ti sto pren­dendo in giro! In effetti, per quanto riguarda lo sperpero neurale degli umani, chi potrebbe con­trad­dirti?

Smettere di credere

La domanda che quindi sorge spontanea è:

  • Cosa fare per uscire dalla credenza e per poter entrare nella conos­cenza?

So che conoscete bene la risposta - almeno teoricamente -, ma la voglio dare ugual­mente per coloro che non sono abituati a leggere i miei articoli: Bisogna prendere in consi­de­ra­zione solo ciò che è reale. E per “respirare” la realtà a piena mente? Basta prendere in consi­de­ra­zione ciò che è qui e ora. Sì, il momento presente è l'unico antidoto alla credenza e a tutta la sua miseria.

La cosa fantastica è che il momento presente è la cosa più facile da raggiun­gere, dal momento che si tratta soltanto di non:

  • ottenere niente
  • fare niente
  • provare niente
  • aspettarsi niente
  • pensare niente

Poi le cose cominciano a presentarsi natu­ral­mente così come sono; quindi non c'è più posto per la credenza. Dove non c'è niente, si ottiene tutto! La preoc­cupa­zione principale che ci impedisce di godere della conos­cenza e della felicità pura del momento presente è questa credenza: quella di credere che troveremo sempre di meglio nel passato o nel futuro.

Emil Cioran ha detto:
Quando gli fu chiesto perché i monaci che lo seguivano fossero così radiosi, il Buddha rispose che il motivo era perché non pensa­vano né al passato né al futuro. Infatti, quando si pensa all'uno o all'altro, ci si oscura e ci si oscura del tutto quando si pensa ad entrambi.
Leggere anche:
Il momento presente

Mettere in discussione

Se il mettere continuamente in discussione è una prerogativa dei saggi, non è così per una mente non addestrata alla vigilanza. Nel suo stato naturale, il cervello cerca solo di sempli­ficarsi la vita al massimo. Di conse­guenza, quando si abitua ad operare in base alle credenze che ha adottato, fa in modo di doverle cambiare il meno possibile. Percepisce lo scom­bus­sola­mento che ne derive­rebbe come un disagio da evitare ad ogni costo.

Il saggio sa che le credenze non sono affidabili ed è consa­pevole del loro carattere illusorio. Le prende quindi con le pinze - perché comunque abbiamo bisogno di un minimo di concetti per vivere - ma sa metterle in discus­sione ogni volta che è necessario.

Le percezioni

La percezione del mondo

Ad esempio, è estremamente soggettivo affermare:

  • Ai piedi di questa collina si trova un bellissimo sentiero che attraversa un bosco silen­zioso. Alla fine, c'è un piccolo risto­rante economico, con un'atmosfera familiare.

Un piccolo insetto invece direbbe:

  • Ai piedi di questo mondo si trova una vasta ed inquie­tante pianura che attraversa un terribile campo di battaglia. Alla fine, c'è una montagna quadrata cava in cui ci sono dei giganti a due zampe che divorano dei giganti a quattro zampe.

In effetti, due esseri umani potrebbero vedere le cose molto diver­sa­mente. Perché alla fine il mondo non è altro che una miriade di energie e ognuno ha un modo tutto suo di inter­pre­tarlo. Ciò che chiamate mondo o vita è solo un'aggregazione di gruppi di percezioni e inter­pre­ta­zioni. E questi gruppi sono ciò che chiamiamo “visioni del mondo”, ossia le credenze.

La percezione infantile

Tutti sono convinti di avere una visione molto corretta delle cose. Tuttavia, ciò è lungi dal corrispondere a verità. Un essere spiri­tual­mente realiz­zato potrebbe considerare la vostra visione delle cose bizzarra o addi­rittura diver­tente, esatta­mente come la visione di un bambino appare agli occhi dei comuni mortali.

Ecco alcune delle mie credenze quando ero un bambino:

Tre delle mie vecchie credenze

All'età di 6 anni • Ogni volta che un'auto investe un bambino, cosa che di tanto in tanto (nella mia credenza di allora) capita a mio padre, questo viene inghiottito. Così, il cadavere di ogni piccolo rimane per sempre incastrato in qualche parte del motore.

All'età di 7 anni • Quando scopro che i vecchi film sono in bianco e nero, deduco che il colore all'epoca non esisteva ancora. Quindi immagino che nel mondo di allora, tutto era nero, grigio o bianco, anche il cielo, i fiori, le persone…

All'età di 8 anni • Nel mio modo di vedere le cose, più qualcuno è obeso, più è muscoloso. Quindi sono affas­ci­nato e colpito dalle ragazze grasse.

Il circolo vizioso delle interpretazioni

Sempre con la preoccupazione di dover cambiare il meno possibile, la mente tende a sempli­fi­care tutto, ad arrotondare, a mettere tutto “nello stesso paniere”. Non essendo inclini a distinguere le cose per come realmente sono, ci affidiamo il più delle volte alla versione creata dalle nostre credenze. Ma questa versione è una menzogna, innan­zi­tutto perché si basa su un'inter­pre­ta­zione delle cose e per di più perché questa inter­pre­ta­zione è distorta, in modo tale da potersi meglio adattare al comfort delle nostre illusioni.

Per questo alla nostra mente piace classi­fi­care tutto in due sole categorie: la categoria “buono” e la categoria “non buono”. Non le piace il “misto”.

Un esempio concreto? Il signor Dupuis è sul posto di lavoro. Un collega gli mostra un'auto ammaccata nella parte anteriore, con i fari rotti, e gli dice:

  • È di un certo signor Moulin. Si è schiantato acciden­tal­mente contro il cancello della tua proprietà.

Il signor Moulin ha certamente molte qualità che il signor Dupuis potrebbe apprezzare. Tuttavia, ancora prima di conoscerlo, sarà indotto a tessere questo tipo di credenze su di lui:

  • È proprio un grande s******!
  • Perché ha sentito l'esigenza di comprare questo modello di auto? Tanto non sa nemmeno guidare!
  • Comunque, è un modello da sfigato!
  • È un peccato che il mio cancello non gli abbia spaccato a metà il motore.
  • Uno così non sarà neanche in grado di fare bene il suo lavoro.
  • Sarebbe bello se venisse licenziato!
  • Probabilmente avrà anche una faccia da schiaffi.

Poco dopo, gli viene detto che c'è stato un errore. Si tratta in realtà del cancello del vicino, che peraltro al signor Dupuis non piace per niente. Sente anche dire che il signor Moulin è interes­sato al progetto su cui lui sta lavorando. Quest'ultimo procede ad un piccolo aggior­na­mento automatico della sua mente. Adesso pensa:

  • Non è poi così s******, il Moulin! In realtà, anche se non l'ha fatto inten­zio­nal­mente, ha proprio fatto bene! Peccato però per la sua auto. Ripen­san­doci, non è poi così male quel modello, ha molti optional. Non vedo l'ora di incontrarlo, sento che faremo un buon lavoro insieme!

Un po' esagerato? Non più di tanto, se ci pensate bene! Che si tratti di qualsiasi cosa (persone, luoghi, cose, idee…), se un dettaglio è spiacevole, in molti casi, la etichettiamo nega­ti­va­mente e le altre caratte­ris­tiche avranno meno probabilità di essere percepite positi­va­mente.

Tutto ciò spiega anche perché ci si aggrappa così tanto alle proprie opinioni. Se siete per il partito A e contro il partito B, anche se vi esponessi ottime argo­men­ta­zioni a favore del partito B, è impro­ba­bile che cambie­reste opinione. Inoltre, è molto probabile che desideriate documen­tarvi solo sul partito A.

Inoltre, riconoscere che si può avere torto non è facile; ci vuole umiltà.

L'effetto “gregge”

Per riflettere e mettere in discussione il meno possibile, la mente ricorre all'effetto “gregge”, che consiste in una ripro­du­zione delle credenze di un gruppo. Oltre a ripro­durre in loop i vecchi dati, facciamo copia e incolla con quelli di altre persone.

Quando condividiamo le credenze di un gruppo, è sia più semplice che più rassi­cu­rante, anche se in fondo le nostre opinioni tendono a divergere. Si è dunque in “disaccordo con se stessi”, cioè la mente non è in armonia.

L'identificazione con un gruppo non ha alcun vantaggio se non nel mondo degli attacca­menti e delle illusioni. Una simile identi­fi­ca­zione - che è anch'essa un effetto gregge - contribuisce a darci una visione molto falsa della realtà, perché non è che una menzogna. Quando la Nazionale Italiana vince una partita, tutti gridano:

  • Abbiamo vinto!

Tuttavia, nessun spettatore ha partecipato all'incontro. Un tifoso un po' meno illuso e un po' più umile direbbe invece:

  • Loro hanno vinto!

In Birmania, ho sentito qualcuno dire con orgoglio:

  • Io sono buddista, quindi ho una visione corretta.

Sarebbe molto comodo se bastasse essere buddista, o qualsiasi altra cosa, per avere una visione corretta! Non è vero?

Naturalmente, siccome questa asserzione può essere letta ovunque nel mondo, si può sosti­tuire con, invece di “buddista”, qualsiasi religione o filosofia.

Anche i monaci che incitano all'odio sono convinti di avere una visione corretta. Ecco perché, per quanto riguarda molti monaci, è più corretto affer­mare che sono solo persone che si considerano monaci.

Conclusione

Una convinzione non è che una credenza, ossia un'illusione, una menzogna, una distor­sione della mente. Per miglio­rarsi, puri­fi­carsi, realizzarsi, è quindi neces­sario abban­donare almeno in parte tutte le proprie credenze. Facendo ciò, la mente si abitua a vedere le cose come sono realmente, nel momento presente.

Come avrete notato in questo articolo, che sfiora appena il profondo abisso delle credenze, è un compito tutt'altro che semplice riuscire a discer­nere luci­da­mente una visione corretta da una visione errata.

Il primo passo dovrebbe essere quello di accettare il fatto che la maggior parte delle nostre credenze affondano le proprie radici nell'illu­sione. Siamo per lo più incon­sa­pe­voli naufraghi in un mare di credenze. I saggi sono coloro che rico­nos­cono tutti i propri errori, anche i più piccoli. Non hanno paura di dire «non so».

isi Dhamma ha detto:
Lo sciocco crede, ma dice "so".
Il saggio sa, ma dice "credo".

Successivamente non resta che progredire, al proprio ritmo ma con sicurezza, verso la Conoscenza; una conoscenza libera dall'inter­pre­ta­zione, libera dalla credenza, libera dalla cecità. In altre parole, una mente in grado di eser­citare l'autocontrollo.

Buddha ha detto:
Chi è padrone di se stesso è più potente di colui che è padrone del mondo.

Con questa breve panoramica sulle credenze, spero possiate comprendere l'impor­tanza della prudenza e dell'umiltà, necessarie per lo sviluppo spiri­tuale. Vi rendete conto che anche studiando i testi migliori con la massima atten­zione, ogni infor­ma­zione che vi arriva è distorta, finché la vostra mente rimarrà bloccata nelle proprie credenze.

Vedere, se non lo si è già fatto:

L'ego

Le apparenze

La saggezza